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Normativa

Nuovo Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici
scheda di presentazione

Commenti e proposte di modifica

Contratti di collaborazione coordinata e continuativa
Circolare n. 1/2004 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali

Tecniche

Cam: armatura diffusa per l'adeguamento sismico

Congressi

July 13-15, 2004 - University of Southampton, UK

First Annual Conference Scientific Analysis of Ancient and Historic Textiles: Informing Preservation, Display and Interpretation


February 9, 2004 Capellades, Spain

The First MIP (European Thematic Network) symposium. Research and application related transition Metals in Paper and also in other (ligno) cellulose based materials.

Corsi

March 9-11, 2004 Bologne, Italy.

Workshop on photographic conservation

 

Balaam workshops Barcelona

Conservation, Museum Studies, Materials and Techniques, Language Courses 2004

Politecnico di Milano
La conservazione delle superfici nei beni culturali: degrado, materiali e tecniche

Web

La Carta di Parma 


Nuovo Codice dei Beni Culturali e Paesaggistici

 

L'intero comunicato alla pagina: 
http://www.beniculturali.it/download/CODICEPAESAGGISTICI_2004.pdf


Ministero dei beni e delle attività culturali


Perché un nuovo codice
"Di fronte alla crescente complessità nello sviluppo del territorio italiano e al cambiamento del quadro istituzionale con la modifica del Titolo V della Costituzione - ha dichiarato il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giuliano Urbani - è stato necessario aggiornare le norme riguardanti la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale, risalenti al 1939. Il codice, con una decisa semplificazione legislativa, fornisce uno strumento unico e certo per difendere e promuovere il tesoro degli italiani, coinvolgendo gli Enti Locali e definendo in maniera irrevocabile i limiti dell'alienazione del demanio pubblico, che escluderà i beni di particolare pregio artistico, storico, archeologico e architettonico".
Premessa
Il cardine attorno al quale ruota il Codice è l'art.9 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. All'interno del "patrimonio culturale nazionale", si inscrivono due tipologie di beni culturali: i beni culturali in senso stretto, coincidenti con le cose d'interesse storico, artistico, archeologico etc., di cui alla legge 1089 del 1939, e quell'altra specie di bene culturale, in senso più ampio, che è costituita dai paesaggi italiani (già retti dalla legge 1497 del 1939 e dalla legge "Galasso" del 1985), frutto della millenaria antropizzazione e stratificazione storica del nostro territorio, un unicum nell'esperienza europea e mondiale tale da meritare tutto il rilievo e la protezione dovuti.
COSA CAMBIA
1. La riforma del Titolo V della Costituzione ha distinto l'attività di tutela da quella di valorizzazione, cosa che, dal punto di vista scientifico, non appare giustificata e, dal punto di vista amministrativo, crea non pochi problemi. Soprattutto essa ha, in una certa misura, amputato la stessa funzione di tutela, sottraendole quell'insieme di attività che della tutela stessa rappresentano lo sbocco necessario: si individua, si protegge e si conserva il bene culturale affinché possa essere offerto alla conoscenza ed al godimento collettivi. Il codice, quindi, ha avuto l'arduo compito di ricomporre la materia sulla base dei nuovi equilibri costituzionali. E' stata ricercata una soluzione equilibrata prevedendo, in primo luogo, ampi margini di cooperazione delle regioni e degli enti territoriali nell'esercizio dei compiti di tutela; dall'altro, distinguendo concettualmente la fruizione dalla valorizzazione propriamente detta e privilegiando, nell'esercizio di entrambe le funzioni, il modello convenzionale: Stato, regioni ed enti locali agiscono sulla base di programmi concordati con l'obiettivo di costituire un sistema integrato di valorizzazione. Per quanto riguarda, in particolare, la funzione di tutela, si è tenuto conto della necessità di assicurare sull'intero territorio nazionale un'azione il più possibile coerente e rispondente ad una logica unitaria di intervento, in modo da non creare, in un settore così delicato, frammentazioni e disparità. Pertanto, si è ritenuto prevalente, nell'ambito dei principi-guida fissati ai commi primo e terzo dell'art. 118 Cost., il principio della unitarietà dell'azione amministrativa; e ad esso si è improntato il criterio di attribuzione delle funzioni in materia di tutela del patrimonio culturale. Si è pertanto individuato nel Ministero il titolare "naturale" delle funzioni sopradette, prevedendo tuttavia la possibilità che il relativo esercizio avvenga anche attraverso il conferimento, sulla base di appositi atti di intesa e coordinamento, di specifici settori di attività in primis alle regioni e in via subordinata anche agli enti locali, quando ciò risponda ad una più puntuale ed opportuna applicazione dei principi di sussidiarietà e differenziazione. Di pari passo sono state meglio definite le nozioni di "tutela" e di "valorizzazione", dando loro un contenuto chiaro e rigoroso e precisando in modo univoco il necessario rapporto di subordinazione che lega la valorizzazione alla tutela, così da rendere la seconda parametro e limite per l'esercizio della prima. Si è comunque ritenuto di confermare in capo alle regioni a statuto ordinario l'ambito oggettivo delle attribuzioni ad esse precedentemente conferite in via di delega, concernente quella parte dei c.d. "beni librari". In relazione a tali beni, tuttavia, queste competenze risultano assai più estese rispetto al precedente assetto, in quanto abbracciano l'intera gamma dei compiti ascrivibili alle funzioni di tutela. Quanto alla valorizzazione, si è ribadita - in omaggio al dettato costituzionale - la potestà legislativa concorrente delle regioni, nell'ambito dei principi fondamentali fissati dal codice; mentre per lo svolgimento delle funzioni amministrative si è fissato il principio dell'ordinario ricorso ad accordi o intese, finalizzati ad assicurare il necessario coordinamento sul territorio delle relative attività.
2. Relativamente ai beni culturali di proprietà privata, con il codice si è colta l'occasione per prevedere una forma di "giustiziabilità" interna della dichiarazione di interesse culturale. Lo strumento del ricorso amministrativo consente all'Amministrazione di riappropriarsi di una funzione di controllo di merito sui propri provvedimenti. In tal modo, si è offerta ai destinatari di un provvedimento di dichiarazione l'opportunità di far emergere elementi nuovi o non sufficientemente valutati o per far rilevare eventuali vizi dell'atto, soprattutto sotto il profilo tecnico.
3. Il codice ha preso spunto dalla possibilità di affidare beni archivistici in temporanea custodia all'Amministrazione, al fine di estenderla ad ogni tipologia di bene culturale. Constatato che lo strumento del deposito non è del tutto idoneo allo scopo, si è ritenuto che per l'affidamento di beni culturali privati a strutture museali statali, fosse più adatto l'istituto civilistico del comodato. L'istituto appare di notevole appeal per i privati proprietari, dal momento che li solleva, per un periodo di tempo non limitatissimo, da ogni onere di custodia e restauro del bene.

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Documento redatto dalla redazione di www.patrimoniosos.it  sulla
base della versione del Codice assegnato alle Commissioni Parlamentari ed
integrato con le modifiche apportate dalla Conferenza Unificata (10/12/2003).

Premessa
Ringraziamo la Commissione per l'attenzione e per la sensibilità dimostrata nell'interpellare varie associazioni e gruppi di lavoro, tra cui il nostro.
A riscontro di questa disponibilità, ci preme sottolineare la mancanza di trasparenza che ha invece caratterizzato la lunga elaborazione del Codice: per quanto frutto di una legge delega, le varie bozze avrebbero potuto essere rese pubbliche almeno dopo le varie tappe ufficiali (consegna bozza Commissione Trotta, approvazione in Consiglio dei Ministri, assegnazione alle Commissioni parlamentari, presentazione alla Conferenza Unificata), favorendo così un doveroso e proficuo dibattito su un testo che si preannuncia fondamentale per il futuro del patrimonio culturale.
Introduzione
Il Nuovo Codice sancisce in maniera perentoria la distinzione fra tutela e valorizzazione, dando compiuta realizzazione al nuovo Titolo V della Costituzione. Si tratta a nostro avviso di una distinzione che comporta una pericolosa frammentazione del sistema delle responsabilità, delle azioni e dei controlli, che attraversa tutto il Codice.
Se da un punto di vista legislativo ci rendiamo conto delle necessità imposte dalla riforma del titolo V, dal punto di vista della natura stessa del patrimonio culturale questa distinzione non ha senso: tutela e valorizzazione non vanno intese come concetti separati e come attività che possono essere svolte da soggetti istituzionali diversi, ma come fasi di un unico, complesso processo che naturalmente necessita degli apporti di competenze diverse, ma deve essere coordinato e diretto da un unico soggetto pubblico.
L'inadeguatezza di tale distinzione si può misurare concretamente nel caso del restauro, che è nel contempo tutela, in quanto operazione volta a conservare e tramandare, e valorizzazione, in quanto operazione che incrementa ed esalta il valore culturale del bene. E' del resto un problema che si sono posti, oltre agli addetti ai lavori, anche giuristi attenti come Tommaso Alibrandi già consigliere giuridico dell'ex-ministro Ronchey, proprio nel momento in cui, di fronte alle leggi che istituivano un principio di ripartizione fra Stato e Regioni dei poteri in materia di beni culturali, si sono trovati di fronte alla
necessità di incasellare l'attività di restauro.
Se però la divisione fra tutela e valorizzazione, ormai sancita dagli art. 117 e 118 della Costituzione, è inevitabile, allora lo Stato si faccia carico interamente della tutela (senza compromessi né deroghe e per i beni a chiunque appartenenti) al fine di assicurare il primato della tutela su qualsiasi altra funzione (fruizione, valorizzazione, promozione e organizzazione delle attività culturali ed ogni forma di gestione).
Confermando interamente allo Stato il pieno e completo esercizio della tutela, intesa come attività prioritaria ed ordinatrice, si salvaguarderebbe la necessaria ed inderogabile omogeneità e uniformità nei principi e nelle prassi che interessano i beni culturali sull'intero territorio nazionale.
La priorità della tutela risulta tanto più necessaria, considerata la chiara deriva commerciale che hanno assunto certi aspetti della valorizzazione. E' pertanto necessario che la tutela ispiri un sistema di regole e garanzie che ordini tutte le altre funzioni, specialmente in riferimento alla collaborazione con altri soggetti, pubblici e privati.
art. 1 (Principi) comma 1
Proponiamo di togliere il termine "valorizza" che non compare nell'art. 9 della Costituzione
comma 1bis
Proponiamo piuttosto: "La tutela del patrimonio culturale tramanda la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e contribuisce a formare i valori identitari collettivi, promuovendo lo sviluppo della cultura".
art. 2 (Patrimonio culturale) comma 3
Proponiamo di reintrodurre il termine "ambientali": "Sono beni paesaggistici e ambientali gli immobili e le aree."
comma 4
Proponiamo di inserire un aggettivo tipo "cogenti" o "imprescindibili" a "esigenze istituzionali", in quanto ci sembra che le esigenze di fruizione collettiva, fatte salve naturalmente le ragioni della tutela, debbano essere prioritarie.
art. 3 (Tutela del patrimonio culturale) comma 1
Proponiamo: "La tutela consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un'adeguata attività conoscitiva, ad individuare il patrimonio culturale, a conoscerlo, a proteggerlo e conservarlo,
in modo da assicurarne la pubblica fruizione e la trasmissione alle generazioni future".
art. 4 (Funzione dello Stato in materia di tutela del patrimonio culturale) comma 1
Ci sembra molto pericoloso introdurre il conferimento dell'esercizio delle funzioni di tutela alle Regioni nei termini che si evincono dal testo; si propone piuttosto di rimanere aderenti al dettato dell'art. 118 della
Costituzione, sostituendo "o ne conferisce l'esercizio alle Regioni ai sensi dell'art. 5" con "o le disciplina mediante specifiche forme di intesa e coordinamento". In ogni caso lo Stato dovrebbe sempre mantenere il controllo della tutela.
art. 5 (Cooperazione delle Regioni e degli altri enti pubblici territoriali in materia di tutela)
Di conseguenza anche l'art. 5 andrebbe rivisto, in particolare il comma 4, che sembra aprire in maniera assai generica ulteriori spazi di delega delle funzioni di tutela alle Regioni. Inoltre per quanto riguarda il comma 7 le potestà di indirizzo e vigilanza ed il potere sostitutivo del Ministero dovrebbero essere
rafforzati e resi più cogenti, definendo un sistema di regole e garanzie per permettere tempestivi interventi in casi di semplice (e non "perdurante") inerzia o inadempienza.
art. 6 (Valorizzazione del patrimonio culturale) comma 1
Ci sembrava più efficace la formulazione della precedente redazione (che più si avvicinava peraltro all'art. 148 del Dlg 112 / 1998), dove nell'ambito della valorizzazione erano comprese le "attività dirette a migliorare le condizioni di conoscenza dei beni culturali e ambientali e ad incrementarne la fruizione".
comma 2
Proponiamo di sostituire "compatibili" con "coerenti"
comma 3
Ci chiediamo le ragioni per cui è stato inserito il termine "sostiene"; "favorisce" non era sufficiente? Immaginiamo che il termine "sostiene" implichi in modo più marcato un impegno di tipo finanziario ed in questo caso sarebbe opportuno precisare meglio ambiti e limiti di applicazione.
artt. 10-14 (Beni culturali, Beni oggetto di specifiche disposizioni, Verifica e Dichiarazione)
Per quanto riguarda gli articoli 10-14 evidenziamo la difficoltà di capire il reale portato di questi articoli, data la recente approvazione del decreto-legge n. 269, art. 27, che, per quanto riguarda i beni immobili, prevede la formula del silenzio - assenso e l'intervento di un ente non competente da un punto di
vista culturale come l'Agenzia del Demanio. Già abbiamo espresso pubblicamente, insieme a numerose associazioni ambientaliste e culturali, il nostro allarme e la nostra profonda avversione al riguardo.
Ci sembra comunque utile fare alcune osservazioni, la prima di principio, le altre più specifiche sugli articoli del Codice.
1. Mentre nel Testo Unico il carattere di bene culturale appare qualità intrinseca del bene stesso ed è sganciato dal titolo di proprietà, pubblico o privato (art. 2), nel Nuovo Codice invece il bene culturale è tale solo dopo aver superato la verifica (nel caso della gran parte dei beni pubblici) o la dichiarazione (nel caso di beni privati), per cui tutto quello che non supera l'esame è considerato privo di valore culturale. La 'verifica' e la 'dichiarazione' diventano atti non più soltanto ricognitivi del carattere di bene culturale, ma assumono un valore costitutivo di questo carattere. Con ben altra complessità ed ampiezza di significati il concetto di bene culturale era scaturito da un lungo e approfondito dibattito culturale e in parte giuridico: come è ben espresso già nello schema del disegno di legge della Commissione
Papaldo del 1970, "la qualità di bene culturale inerisce alla cosa per le caratteristiche che le sono proprie. Gli atti con i quali è accertata o dichiarata tale qualità producono solo l'effetto di renderne pubblica la
conoscenza".
2. Scendendo a notazioni più specifiche, riscontriamo un'incongruenza nell'art. 10 comma 3, che elenca categorie di beni sia privati sia "a chiunque appartenenti". Si chiede che le categorie di beni alle lettere d) ed e) qualora di proprietà pubblica vengano inseriti nel comma 2. Altrimenti per questi beni, ad oggi di proprietà pubblica e quindi di fatto tutelati senza bisogno di vincolo, si spalanca una pericolosa, completa assenza di tutela.
3. Dispiace che il Codice abbia perso l'occasione per dirimere la questione, fumosa giuridicamente e concettualmente, della gradualità tra "interesse", "interesse particolarmente importante", "eccezionale interesse" ecc.
4. Riguardo all'art. 11 ci chiediamo quali siano i "presupposti" e le "condizioni" che determinano l'assunzione di affreschi, stemmi ecc. nella categoria dei beni culturali.
5. Le modalità con le quali viene effettuato il procedimento di verifica (art.12), che peraltro nell'ottica del Codice risulta centrale e costituisce una completa innovazione (per noi pericolosa), risultano frettolose e strumentali :
si parla solo di "schedatura" e non di attività di conoscenza, analisi e studio e di "indirizzi di carattere generale" stabiliti dal Ministero, finalizzati non ad una approfondita conoscenza ma ad una "uniformità di valutazione".
Riscontriamo peraltro che una tale uniformità non è prevista nel caso della "dichiarazione". Appare opportuno ricordare che molti immobili, per le loro passate destinazioni d'uso (caserme, ospedali, carceri, spesso ospitate in
edifici storici), non sono mai stati oggetto di campagne di studio e restauro.
6. Il Codice non chiarisce cosa succeda nel caso in cui si riscontri che una cosa, che in un primo tempo non ha superato la verifica ed è stata "liberamente alienata", riveste invece, sulla base di ulteriori indagini o scoperte, un
interesse culturale.
7. Si chiede inoltre che sia prevista la possibilità di fare ricorso, da parte di associazioni o enti, in caso di verifica con esito negativo.
art 16 (Ricorso amministrativo avverso la dichiarazione)

Il procedimento di ricorso al Ministero ci sembra preoccupante perché apre un dissidio fra organi centrali e periferici, i soli che hanno una conoscenza
specifica del territorio e del significato che un bene riveste in un dato contesto.
art. 19 (Ispezioni)
Mentre l'art. 32 del Testo Unico prevedeva che i soprintendenti potessero attuare le ispezioni "in ogni tempo, in seguito a preavviso", questo articolo introduce una precisazione temporale (non inferiore a 5 giorni) "fatti salvi i
casi di estrema urgenza". Auspichiamo che si torni alla dizione del Testo Unico.
art. 25 (Conferenza di servizi)
In presenza di un parere negativo del Ministero nei procedimenti relativi ad opere o lavori incidenti su beni culturali, l'amministrazione procedente può rivolgersi al Presidente del Consiglio dei ministri. Nel Testo Unico questa possibilità era prevista solo nel caso in cui non ci fosse stata "una valutazione di impatto ambientale negativa"; questa piccola, ma significativa, clausola qui sparisce
art. 29 (Conservazione) commi 1-3
La distinzione fra manutenzione e restauro, pur accettabile a livello amministrativo e pratico (specialmente per quanto riguarda l'individuazione di figure professionali che svolgono attività complementari al restauro), dal punto
di vista teorico è ancora argomento ampiamente dibattuto. Crea perplessità in particolare la definizione di manutenzione come "mantenimento della integrità ed identità del bene". Cogliamo l'occasione per ribadire che l'attività di manutenzione e restauro deve svolgersi come lavoro di équipe, ma sempre coordinato e diretto da funzionari archeologi, storici dell'arte, architetti ecc..
commi 7-11
Questi commi, che danno grande spazio al problema della formazione, ci appaiono una presenza incongrua nel corpo del Codice; il problema della formazione merita a nostro parere una legge specifica, che peraltro risulta già in esame (A.S. 1955).
art. 45 (Prescrizioni di tutela indiretta) comma 2
Le prescrizioni di tutela indiretta risultano indebolite, essendo stati cassati i commi 2 e 4 dell'art. 49 del Testo Unico ("L'esercizio di tale facoltà è indipendente dalle previsioni dei regolamenti edilizi e degli strumenti
urbanistici" e "Le prescrizioni dettate in base al presente articolo sono trascritte nei registri immobiliari e hanno efficacia nei confronti di ogni successivo proprietario, possessore o detentore, a qualsiasi titolo, della cosa
cui le prescrizioni stesse si riferiscono"). Inoltre nel comma 2 la dizione "recepiscono le prescrizioni" ci sembra più debole rispetto alla dizione di una precedente versione del Codice che recitava: "provvedono ad uniformare".
art. 47 (Notifica delle prescrizioni di tutela indiretta e ricorso amministrativo)
Vedi art. 16
art. 52 (Esercizio del commercio in aree di valore culturale)
Ci sembra più efficace l'art. 53 del Testo Unico che recitava: "Con provvedimento del soprintendente o nei regolamenti di polizia urbana sono individuate le aree aventi valore archeologico, storico, artistico e ambientale
in cui l'esercizio del commercio previsto dalla legge 28 marzo 1991, n. 112 non è consentito o è consentito solo con particolari limitazioni. In tale ultimo caso l'esercizio del commercio è subordinato al preventivo nulla osta del
soprintendente che, per quanto attiene alla somministrazione di alimenti e bevande, può essere concesso solo per le installazioni mobili".
art. 54 (Beni inalienabili) comma 2, lettera d)
Tra le cose inalienabili è stato recepito solo parzialmente il dettato della lettera d), comma 3, art. 10 che comprendeva anche le cose che "che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell'arte e della cultura in genere". E' necessario che venga qui riprodotto integralmente, ad evitare equivoci, il testo della lettera d) del comma 3 dell'art. 10, sopprimendo dal comma in esame la parola "dichiarate".
comma 3
"oggetto di trasferimento" di proprietà?, di gestione?, di conferimento in uso?
Titolo II: Fruizione e valorizzazione
Riteniamo opportuno scindere la fruizione dalla valorizzazione, in quanto la fruizione non è un'attività come tutela e valorizzazione, ma il risultato dell'azione congiunta di queste attività. Tale interpretazione, come ricordato dal sen. Asciutti nella seduta della Commissione del 3 dicembre scorso, è avvalorata anche dal parere del Consiglio di Stato che ha ritenuto che l'attività di fruizione fosse ascrivibile tanto alla funzione di tutela quanto a quella di valorizzazione.
A questo riguardo richiamiamo l'attenzione sull'incongrua posizione, all'interno del Capo II dedicato alla valorizzazione, sia l'art. 118 (Promozione di attività di studio e di ricerca), che ci sembra legato alla conoscenza, quindi alla tutela (tant'è vero che cita la catalogazione), sia l'art. 119 (Diffusione della conoscenza del patrimonio culturale nelle scuole), ascrivibile alla fruizione.
art. 101 (Istituti e luoghi della cultura) comma 1
L'individuazione di istituti e luoghi di cultura, per quanto positiva a livello strumentale e pratico, rischia di mettere in secondo piano quella integrazione fra istituti culturali, in particolare musei, e territorio che costituisce una
caratteristica specifica del patrimonio culturale italiano. Ci riferiamo in particolare all'ampia riflessione e al dibattito sulla realtà italiana di "museo diffuso", che proprio per le sue peculiarità necessita di attenzioni maggiori
rispetto ad entità più definite, come i "luoghi" e gli "istituti". Inoltre in quest'ottica ci sembra che tale intento classificatorio ometta raccolte e collezioni che non sempre possono definirsi museo, ma che esigono una qualche
forma di riconoscimento, anche ai fini di una valorizzazione che allo stato attuale non risulta prevista (vedi art. 112, comma 1). Si propone quindi di inserire un punto g) che in forma ampia comprenda altri beni culturali pubblici
(raccolte di oggetti ed aree non strettamente finalizzate all'esposizione, riprendendo anche le definizioni date nell'art. 10), per i quali vanno comunque assicurate la fruizione e la valorizzazione (come del resto previsto nell'art.
112, comma 3). comma 2, lettera a)
Ci sembra grave che la definizione, che parzialmente recepisce - come recita la Relazione aggiuntiva - le "risultanze del dibattito sviluppatosi in seno all'ICOM", non ne recuperi alcune nozioni fondamentali, quali la definizione di "istituzione", l'assenza di fini di lucro, la valenza di servizio sociale e soprattutto la funzione di ricerca, intesa non semplicemente come offerta per la ricerca altrui, ma come attività istituzionale .
comma 2, lettera b)
Ci chiediamo perché il museo giustamente "acquisisca", mentre la biblioteca si limiti a "raccogliere". Inoltre sarebbe auspicabile ricordare che le biblioteche conservano anche materiali inediti e manoscritti.
comma 2, lettera c)
Ci chiediamo perché il museo giustamente "acquisisca", mentre l'archivio si limiti a "raccogliere".
art. 102 (Fruizione degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica) comma 5
Risulta estremamente vago il trasferimento di "disponibilità" dal Ministero alle Regioni e agli altri enti pubblici territoriali: disponibilità di uso, di proprietà, di gestione?
art. 103 (Accesso ai luoghi della cultura) comma 3, lettera b)
Non ci sembra giusto, anche in relazione ad una fruizione che dovrebbe essere la più ampia possibile, che sul prezzo del biglietto siano fatti ricadere oneri derivanti da convenzioni. Con l'occasione si auspica che venga fatta una riflessione sull'aumento esponenziale dei prezzi dei biglietti nell'ultimo decennio, in forme più o meno palesi.
art. 104 (Fruizione di beni culturali di proprietà privata) comma 1
Appare incongruo l'inserimento di un'ulteriore dichiarazione di "interesse eccezionale" per i beni immobili privati, non prevista dall'art. 10, soprattutto in relazione al fatto che tale dichiarazione sembra collegata al parere,
presumiamo non vincolante, del proprietario. Naturalmente sulle possibilità e le modalità di visita è legittimo un accordo con il proprietario. Notiamo che è sparito il comma che, nella redazione precedente del Codice, prevedeva un possibile sostegno economico da parte delle Regioni e degli enti pubblici territoriali alla valorizzazione di beni culturali di proprietà privata.
art. 111 (Attività di valorizzazione)
Pur riconoscendo l'importanza dei soggetti privati nella valorizzazione, ci sembra necessario che vengano meglio definiti gli inderogabili poteri di indirizzo, controllo in itinere, verifica ed eventualmente sanzione, da parte
del settore pubblico
art. 112 (Valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica) comma 2
vedi art. 102, comma 5 (disponibilità)
art. 114 (Livelli di qualità della valorizzazione)
Sembrerebbe meglio reintrodurre accanto a "uniformi di qualità" anche la parola "minimi", presente in una redazione precedente del Codice.
art. 115 (Forme di gestione)
Appare riduttivo considerare la gestione solo dal punto di vista della valorizzazione. Anche nell'art. 148 del Dlg 112/1998, la gestione è diretta "ad assicurare la fruizione dei beni culturali, concorrendo al perseguimento delle
finalità di tutela e di valorizzazione". Pertanto ci pare rischioso adottare una forma di gestione piuttosto che un'altra solo sulla base di considerazioni legate alla valorizzazione, soprattutto in caso di forme di gestione in cui il
ruolo del pubblico viene progressivamente meno alle sue prerogative di gestione e controllo del patrimonio culturale che gli appartiene. La privatizzazione e l'apertura ai privati, che viene sancita da questo articolo, sembra ignorare totalmente le esperienze condotte negli ultimi anni in ambito culturale, come ad es. le fondazioni liriche ed i servizi aggiuntivi. Il progressivo spazio dato, nelle varie percentuali previste dalla forma indiretta, all'intervento di terzi introduce nel sistema dei beni culturali finalità diverse, legate alle legittime vocazioni dei soggetti partecipanti e che potrebbero anche risultare non coerenti con le esigenze del patrimonio culturale.
comma 2
Notiamo che vengono talmente alzati i pur auspicabili requisiti di autonomia necessari per una gestione diretta, da renderla nella realtà attuale spesso impossibile, anche per le realtà più importanti. Quindi nella maggior parte dei
casi resterebbe percorribile solo la via della gestione indiretta, che è data addirittura come ordinaria nel comma 6 per province e comuni.
comma 4
Si ribadisce la vaghezza dell'espressione - "assicurare un migliore livello di fruizione pubblica" - dato come unico criterio di scelta fra gestione diretta ed indiretta.
comma 8
Appare particolarmente pericoloso regolare affidamento o concessione sulla base di un contratto di servizio, senza che sia prevista a livello più ampio la fissazione di criteri minimi, di precisi e documentati requisiti tecnico-scientifici. Soprattutto dovrebbe venir ampliata e precisata la sfera dei poteri di indirizzo, intervento, controllo e revoca dei titolari nei confronti degli affidatari o dei concessionari, a tutela della valenza pubblica del patrimonio.
commi 9-10
Il conferimento in uso del bene culturale appare una misura estremamente grave e rischiosa, tanto più in assenza di garanzie specifiche. Appare inoltre grave che i beni conferiti in uso non siano soggetti a garanzia patrimoniale specifica, il che significa che viene valutato il loro puro, e facilmente manipolabile, valore economico.
art. 120 (Sponsorizzazione di beni culturali) comma 3
Va specificato che lo sponsor può verificare l'utilizzo del proprio contributo, ma che questo non deve mai tradursi in controllo o in ingerenza tecnico-scientifica o gestionale nell'iniziativa.

Pisa, 9 gennaio 2004

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Novità sui contratti di collaborazione coordinata e continuativa
Riportiamo la Circolare del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali relativa alla disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative.

Circolare n. 1/2004 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali
Oggetto:Disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative nella modalità c.d. a progetto.

Decreto legislativo n. 276/03.
Roma. 08.01.2004
CIRCOLARE N. 1/2004
Alle Direzioni Regionali del Lavoro - LORO SEDI
Alle Direzioni Provinciali del Lavoro - LORO SEDI
Alla Regione Siciliana Assessorato Lavoro Ufficio Regionale del Lavoro - Palermo
Alla Provincia Autonoma di Bolzano Assessorato lavoro - Bolzano
Alla Provincia Autonoma di Trento assessorato lavoro - Trento
All' INPS Direzione Generale - Roma
All'INAIL Direzione Generale - Roma
Alla Direzione Generale AA.GG. R.U. A.I. - div. VII - SEDE
Al SECIN - SEDE
Prot. 5/25011/M/LAV.PR

I. IL CONTRATTO DI COLLABORAZIONE COORDINATA E CONTINUATIVA NELLA MODALITA C.D. A PROGETTO: DEFINIZIONE E CAMPO DI APPLICAZIONE
La definizione di lavoro a progetto - e la relativa disciplina - è contenuta negli articoli da 61 a 69 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 Ai sensi dell'art. 61, comma 1, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di cui all'art. 409, n. 3, c.p.c. devono essere "riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l'esecuzione della attività lavorativa".
L'art. 61 no n sostituisce e/o modifica l'art. 409, n. 3, c.p.c. bensì individua, per l'ambito di applicazione del decreto e - nello specifico - della medesima disposizione, le modalità di svolgimento della prestazione di lavoro del collaboratore, utili ai fini della qualificazione della fattispecie nel senso della autonomia o della subordinazione.
Sul piano generale, peraltro, il lavoro a progetto non tende, allo stato, ad assorbire tutti i modelli contrattuali riconducibili in enso lato all'area della c.d. parasubordinazione. L'articolo 61, oltre a definire positivamente le modalità di svolgimento delle collaborazioni coordinate e continuative c.d. a progetto, esclude infatti dalla riconducibilità a tale tipo contrattuale:
- le prestazioni occasionali, intendendosi per tali i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell'anno solare con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare, sempre con il medesimo committente, sia superiore a 5 mila Euro. Si tratta di collaborazioni coordinate e continuative per le quali, data la loro limitata "portata", si è ritenuto non fosse necessario il riferimento al progetto e, dunque, di sottrarle dall'ambito di applicazione della nuova disciplina; tali rapporti di collaborazione coordinata e continuativa si distinguono sia dalle prestazioni occasionali di tipo accessorio rese da particolari soggetti di cui agli articoli 70 e seguenti del decreto legislativo, sia dalle attività di lavoro autonomo occasionale vero e proprio, ossia dove non si riscontra un coordinamento ed una continuità nelle prestazioni e
che proprio per questa loro natura non sono soggette agli obblighi contributivi previsti per le collaborazioni coordinate e continuative bensì a quelli di cui all'articolo 44, comma 2, del decreto- legge n. 269 del 30 settembre 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326;
- gli agenti ed i rappresentanti di commercio continuano ad essere regolati dalle discipline speciali;
- le professioni intellettuali, per le quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi professionali, esistenti alla data del 24 ottobre 2003;
- le collaborazioni rese nei confronti delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate ed agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI (art.90 legge n. 289/02);
- componenti di organi di amministrazione e controllo di società;
- partecipanti a collegi e commissioni;
- collaboratori che percepiscano pensione di vecchiaia.
La disciplina che emerge dall'art. 61 è, come detto, finalizzata a impedire l'utilizzo improprio o fraudolento delle collaborazioni coordinate e continuative. Al di fuori del campo di applicazione dell'art. 61 si collocano, con tutta evidenza, fattispecie che non presentano significativi rischi di elusione della normativa inderogabile del diritto del lavoro.
Occorre, peraltro, ribadire che sia l'introduzione nel nostro ordinamento della fattispecie dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nella modalità a progetto sia la previsione di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa a carattere occasionale ex art. 61, comma 2, del d. lgs. n. 276/03, non hanno certamente comportato l'abrogazione delle disposizioni del contratto d'opera di cui all'art. 2222 e ss. del codice civile. Ne consegue che, ad esempio, nel caso di un
prestatore d'opera che superi, nei rapporti con uno stesso committente, uno dei due limiti previsti dall'art. 61, comma 2, del d. lgs. n. 276/03, non necessariamente dovrà veder qualificato il proprio rapporto come collaborazione a progetto o a programma, ben potendosi verificare il caso che quel prestatore abbia reso una o più prestazioni d'opera ai sensi dell'art. 2222 e seguenti del codice civile. L'articolo 3 della legge n. 91 del 23 marzo 1981 ha previsto, al secondo comma, talune ipotesi in cui la prestazione sportiva dell'atleta è resa nella forma del contratto di lavoro autonomo; lavoro autonomo che può anc he svolgersi, qualora ne ricorrano i presupposti, in forma di collaborazione coordinata e continuativa. Deve ritenersi che in quest'ultimo caso, trattandosi di attività tipiche contemplate espressamente dal legislatore, non si applichi la disposizione che prevede la necessità dell'indicazione di un progetto.
Va precisato, altresì, che nell'espressione "collegi e commissioni" delle società, sopra richiamati, sono inclusi anche quegli organismi aventi natura tecnica.
Nella esclusione dei percettori di pensione di anzianità, è evidente che debbano essere compresi quei soggetti, titolari di pensione di anzianità o di invalidità che, ai sensi della normativa vigente, al raggiungimento del 65° anno di età, vedono automaticamente trasformato il loro trattamento in pensione di vecchiaia.
Va peraltro rilevato che, ai sensi dell'art. 1 del decreto legislativo n. 276/03, la pubblica amministrazione può continuare a stipulare contratti di collaborazione senza tener conto dei limiti introdotti dalla novella mantenendo il riferimento all'art. 409 n. 3 c.p.c. la cui previsione, per i rapporti che vedano una parte pubblica, non ha subito modificazioni in attesa delle eventuali future
determinazioni da adottarsi, ai sensi del comma 8 dell'art. 86 del decreto legislativo n. 276/03, da parte del Ministro per la Funzione pubblica e delle organizzazioni sindacali, in sede di armonizzazione dei profili conseguenti all'entrata in vigore del decreto legislativo in argomento.
Si deve evidenziare, infine, che nell'ambito di applicazione della disciplina in esame dal 24 ottobre 2003 non è più possibile porre in essere rapporti ascrivibili alla collaborazione coordinata e continuativa che non siano riconducibili alla modalità del lavoro a progetto, fatte salve le ipotesi di cui all'articolo 61, sopra richiamate, per le quali continua a trovare applicazione la previgente
disciplina.

II. I REQUISITI QUALIFICANTI DELLA FATTISPECIE
Le collaborazioni coordinate e continuative secondo il modello approntato dal legislatore, oltre al requisito del progetto, programma di lavoro o fase di esso, che costituisce mera modalità organizzativa della prestazione lavorativa, restano caratterizzate dall'elemento qualificatorio essenziale, rappresentato dall'autonomia del collaboratore (nello svolgimento della attività lavorativa dedotta nel contratto e funzionalizzata alla realizzazione del progetto, programma di lavoro o fase di esso), dalla necessaria coordinazione con il committente, e dall'irrilevanza del tempo impiegato per l'esecuzione della prestazione.
Quanto a quest'ultimo requisito, va comunque ricordato che l'art. 62, comma 1, lett. d), del decreto legislativo, prevede che tra le forme di coordinamento dell'esecuzione della prestazione del collaboratore a progetto all'organizzazione del committente sono comprese anche forme di coordinamento temporale. Ond'è che l'autonomia del collaboratore a progetto si esplicherà pienamente, quanto al tempo impiegato per l'esecuzione della prestazione, all'interno delle pattuizioni intervenute tra le parti su dette forme di coordinamento.
Tali requisiti costituiscono il fulcro della differenziazione tra la tipologia contrattuale in esame e quelle riconducibili, da un lato, al lavoro subordinato e, dall'altro, al lavoro autonomo (art. 2222 c.c.).
Con particolare riguardo al lavoro a tempo determinato, ove la prestazione è resa con vincolo di subordinazione ed il termine delimita pertanto esclusivamente il periodo in cui il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro per lo svolgimento delle mansioni contrattualmente individuate, il lavoro a progetto si differenzia per ciò che la durata del rapporto è funzionale alla realizzazione del progetto, programma di lavoro o fase di esso, in regime di totale autonomia.
In tal senso, infatti, è significativo che ai sensi dell'art. 61, comma 1, il collaboratore deve gestire il progetto in funzione del risultato, che assume rilevanza giuridica indipendentemente dal tempo impiegato per l'esecuzione dell'attività lavorativa.
Del tutto coerentemente, del resto, ai sensi dell'art. 67, comma 1, il contratto si risolve al momento della realizzazione del progetto o del programma di lavoro o della fase di esso.
IL PROGETTO
Il progetto consiste in un'attività produttiva ben identificabile e funzionalmente collegata ad un determinato risultato finale cui il collaboratore partecipa direttamente con la sua prestazione.
Il progetto può essere connesso all'attività principale od accessoria dell'impresa.
L'individuazione del progetto da dedurre nel contratto compete al committente.
Le valutazioni e scelte tecniche, organizzative e produttive sottese al progetto sono insindacabili.
IL PROGRAMMA O LA FASE DI ESSO
Il programma di lavoro consiste in un tipo di attività cui non è direttamente riconducibile un risultato finale.
Il programma di lavoro o la fase di esso si caratterizzano, infatti, per la produzione di un risultato solo parziale destinato ad essere integrato, in vista di un risultato finale, da altre lavorazioni e risultati parziali.
L'AUTONOMA GESTIONE DEL PROGETTO O DEL PROGRAMMA
Nell'ambito del progetto o del programma la definizione dei tempi di lavoro e delle relative modalità deve essere rimessa al collaboratore.
Ciò perché l'interesse del creditore è relativo al perfezionamento del risultato convenuto e non, come avviene nel lavoro subordinato, alla disponibilità di una prestazione di lavoro eterodiretta.
Le collaborazioni coordinate e continuative nella modalità a progetto hanno una durata determinata o determinabile, in funzione della durata e delle caratteristiche del progetto, del programma di lavoro o della fase di esso. Nel caso di programma di lavoro la determinabilità della durata può dipendere dalla persistenza dell'interesse del committente alla esecuzione del progetto, programma di lavoro o fase di esso. La determinabilità del termine è dunque funzionale ad un avvenimento futuro, certo nell'an ma non anche necessariamente nel quando.
IL COORDINAMENTO
Indipendentemente da ciò, pur tuttavia, il collaboratore a progetto può operare all'interno del ciclo produttivo del committente e, per questo, deve necessariamente coordinare la propria prestazione con le esigenze dell'organizzazione del committente.
Il coordinamento può essere riferito sia ai tempi di lavoro che alle modalità di esecuzione del progetto o del programma di lavoro, ferma restando, ovviamente,l'impossibilità del committente di richiedere una prestazione o un'attività esulante dal progetto o programma di lavoro originariamente convenuto.

III. LA FORMA
Il contratto è stipulato in forma scritta.
È una forma richiesta ad probationem e non ad substantiam.
Contenuto necessario, ai fini della prova del rapporto posto in essere, sono i seguenti elementi:
- indicazione della durata, determinata o determinabile, della prestazione di lavoro;
- indicazione del progetto o programma di lavoro, o fasi di esso, individuato nel suo contenuto caratterizzante, che viene dedotto in contratto;
- il corrispettivo e i criteri per la sua determinazione, nonché i tempi e le modalità di pagamento e la disciplina dei rimborsi spese;
- le forme di coordinamento del lavoratore a progetto al committente sulla esecuzione, anche temporale, della prestazione lavorativa, che in ogni caso non possono essere tali da pregiudicarne l'autonomia nella esecuzione dell'obbligazione lavorativa;
- le eventuali misure per la tutela della salute e sicurezza del collaboratore a progetto, (oltre quelle previste ex art. 66, comma 4, del d. lgs. n. 276/03).
E' opportuno sottolineare che, seppure la forma scritta sia richiesta solo ai fini della prova, quest'ultima sembra assumere valore decisivo rispetto alla individuazione del progetto, del programma o della fase di esso in quanto in assenza di forma scritta non sarà agevole per le parti contrattuali dimostrare la riconducibilità della prestazione lavorativa appunto a un progetto, programma di lavoro o fase di esso.

IV. POSSIBILITA' DI RINNOVO
Analogo progetto o programma di lavoro può essere oggetto di successivi contratti di lavoro con lo stesso collaboratore.
Quest'ultimo può essere a maggior ragione impiegato successivamente anche per diversi progetti o programmi aventi contenuto del tutto diverso.
Tuttavia i rinnovi, così come i nuovi progetti in cui sia impiegato lo stesso collaboratore, non devono costituire strumenti elusivi dell'attuale disciplina.
Ciascun contratto di lavoro a progetto deve pertanto presentare, autonomamente considerato, i requisiti di legge.

V. IL CORRISPETTIVO
Il corrispettivo deve essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito.
Il parametro individuato dal legislatore è costituito dai compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto.
Pertanto, stante la lettera della legge (art. 63) non potranno essere in alcun modo utilizzate le disposizioni in materia di retribuzione stabilite nella contrattazione collettiva per i lavoratori subordinati.
La quantificazione del compenso deve avvenire in considerazione della natura e durata del progetto o del programma di lavoro, e, cioè, in funzione del risultato che il collaboratore deve produrre. Le parti del rapporto potranno, quindi, disciplinare nel contratto anche i criteri attraverso i quali sia possibile escludere o ridurre il compenso pattuito nel caso in cui il risultato non sia stato perseguito o la qualità del medesimo sia tale da comprometterne l'utilità.

VI. LE TUTELE
Tra gli scopi dichiarati dal Legislatore era espressamente individuato l'incremento delle tutele per i collaboratori.
L'art. 66, infatti, appronta un sistema di tutele minimo con particolare riferimento alla gravidanza, alla malattia ed all'infortunio stabilendo in primo luogo che essi non comportano l'estinzione del rapporto contrattuale, che rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo.
Malattia e infortunio: fermo restando l'invio, ai fini della prova, di idonea certificazione scritta, la sospensione del rapporto non comporta una proroga della durata del contratto, che si estingue alla scadenza (la previsione è derogabile dalle parti), ma il committente può recedere dal contratto se la sospensione si protrae per un periodo superiore a un sesto della durata stabilita nel contratto, quando essa sia determinata, ovvero superiore a trenta giorni per i contratti di durata determinabile.
Gravidanza: fermo restando l'invio, ai fini della prova, di idonea certificazione scritta, la durata del rapporto è prorogata per un periodo di 180 giorni, salva più favorevole disposizione del contratto individuale.
Si applicano inoltre al collaboratore:
- le disposizioni di cui alla legge n. 533 del 1973 sul processo del lavoro;
- l'articolo 64 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, che prevede per le lavoratrici iscritte alla gestione separata di cui alla legge n. 335/95, art.2, comma 26, non iscritte ad altre forme obbligatorie l'applicazione dell'art. 59 della legge n. 449/97;
- il decreto legislativo n. 626 del 1994 e successive modifiche e integrazioni (ovviamente quando la prestazione lavorativa si svolga nei luoghi di lavoro del committente, nonché le norme di tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, le norme di cui all'art.51, comma 1, della legge 23 dicembre 1999, n. 488, e del decreto del Ministero del lavoro e della previdenza sociale 12 gennaio 2001).
Riguardo in particolare alla protezione contro i rischi lavorativi, occorrerà naturalmente considerare che, stante la ratio del d.lgs. n. 626 - principalmente orientata alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori subordinati, ed alla corrispondente responsabilizzazione dei datori di lavoro - non poche prescrizioni di tale provvedimento (per lo più sanzionate penalmente) risultano di problematica applicazione nei confronti di figure, come quelle dei collaboratori, fortemente connotate da una componente di autonomia nello svolgimento della prestazione (in funzione del risultato, ancorchè nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente). Non a caso, per i lavoratori autonomi (figure, sotto questo profilo, assai prossime ai collaboratori) lo stesso d.lgs. 626 ha previsto uno specifico regime di tutela (art. 7).
In proposito, l'attuazione della delega (di cui all'articolo 3 della legge di semplificazione 2001, n. 229 del 2003) per il riassetto normativo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro costituisce l'occasione per un adattamento dei principi generali di tutela prevenzionistica alle oggettive peculiarità del lavoro a progetto.

VII. SVOLGIMENTO DEL RAPPORTO ED OBBLIGHI DEL COLLABORATORE
Il collaboratore può svolgere la sua attività a favore di più committenti, tuttavia il contratto individuale può limitare in tutto od in parte tale facoltà.
Il collaboratore non deve svolgere attività in concorrenza con i committenti né, in ogni caso, diffondere notizie e apprezzamenti attinenti ai programmi e alla organizzazione di essi, né compiere, in qualsiasi modo, atti in pregiudizio della attività dei committenti medesimi.

VIII. RISOLUZIONE DEL RAPPORTO
In tema di risoluzione del contratto l'art. 66 prevede che esso si risolva al momento della realizzazione del progetto o del programma o della fase di esso che ne costituisce l'oggetto.
Inoltre le parti possono recedere prima della scadenza del termine per giusta causa ed altre cause e modalità (incluso il preavviso) stabilite dalle parti nel contratto di lavoro individuale.
Si deve ritenere pertanto che indipendentemente dal termine apposto al contratto qualora il progetto sia ultimato prima della scadenza il contratto debba intendersi risolto.
Tuttavia se, come ha inteso il legislatore, è il progetto l'elemento caratterizzante della collaborazione il corrispettivo determinato nel contratto sarà dovuto comunque per l'intero.

IX. RINUNZIE E TRANSAZIONI
I diritti derivanti dalle disposizioni contenute nelle predette disposizioni possono essere oggetto di rinunzie o transazioni tra le parti in sede di certificazione del rapporto di lavoro secondo lo schema dell'art. 2113 c.c.

X. SANZIONI
I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l'individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto. Si tratta di una esistenza di un rapporto di lavoro effettivamente autonomo.
Qualora invece, in corso di rapporto, venga accertato dal giudice che il rapporto instaurato sia venuto a configurare un contratto di lavoro subordinato per difetto del requisito dell'autonomia, esso si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le parti.
Il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento della esistenza del progetto, programma di lavoro o fase di esso e non può essere esteso fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente.
Detto controllo, inoltre, concerne in entrambi i casi l'esistenza nei fatti di un progetto e non la sua mera deduzione nel contratto.
La mancata deduzione del progetto nel contratto, infatti, preclude solo la possibilità di dimostrarne l'esistenza e la consistenza con prova testimoniale.

XI. REGIME TRANSITORIO
L'art. 86, comma 1, prevede che le collaborazioni coordinate e continuative stipulate ai sensi della disciplina vigente al momento di entrata in vigore del decreto e che non possono essere ricondotte ad un progetto o a una fase di esso, mantengono efficacia fino alla scadenza e, in ogni caso, non oltre un anno dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo medesimo, ossia non oltre il 24 ottobre 2004.
Sempre per le collaborazioni in atto che non possono essere ricondotte ad un progetto o a una fase di esso è prevista la facoltà di stabilire termini più lunghi di efficacia transitoria, purché ciò sia stabilito nell'ambito di un accordo aziendale con il quale il datore di lavoro contratta con i sindacati interni la transizione di questi collaboratori o verso il lavoro a progetto, così come disciplinato dal decreto legislativo n. 276/03, o verso una forma di rapporto di lavoro subordinato che può essere individuata fra quelle disciplinate dal "nuovo regime" dei rapporti di lavoro previsti dal medesimo d. lgs. (job on call, job sharing, distacco, somministrazione, appalto), ma anche già disciplinate (contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, a termine, a tempo parziale, ecc.).

IL MINISTRO
Firmato ROBERTO MARONI

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 In via di sperimentazione definitiva, il sistema antisismico Cam consente il rafforzamento delle murature attraverso l'impiego di nastri in acciaio inox, che vengono utilizzati per cucire le pareti su cui sono stati praticati appositi fori.
Il sistema Cam è stato messo a punto e brevettato da Mauro Dolce, docente di costruzioni in zona sismica (Disgg), presso l’università di Basilicata e da Roberto Marnetto, responsabile del settore ricerca della società Tis di Roma.
La tecnologia Cam, Cuciture attive per la muratura o Cerchiaggio attivo dei manufatti, si basa sull’idea di utilizzare un sistema tridimensionale di cuciture, capace di impacchettare la muratura, fornendo, eventualmente, anche un benefico stato di precompressione triassiale.
Il sistema Cam rientra nella quarta categoria di intervento prevista dalla Circolare ministeriale sulle "Norme tecniche per le costruzioni in zone sismiche”, che prevede la possibilità di aumentare la resistenza di un elemento murario mediante l’utilizzo di tirantature orizzontali e verticali.
I tiranti, sono costituiti da nastri di acciaio di spessore da 0,75 a 0,8 millimetri e larghezza da 18 a 20 millimetri, con caratteristiche di resistenza a snervamento e a rottura pari rispettivamente a 250-300 e 600-700 Mpa. Grazie al fatto di essere pre-tesi, applicano uno stato di precompressione particolarmente importante in direzione trasversale.
Attraverso speciali elementi di connessione, i nastri d’acciaio realizzano un sistema continuo di tirantatura, in grado di ripercorrere le irregolarità della muratura, sia in orizzontale (lungo tutta la parete rinforzata), che verticale (per tutta l’altezza), così da migliorare non solo la resistenza a taglio, ma anche la resistenza flessionale dei singoli maschi murari e delle pareti nel loro insieme.
I nastri vengono utilizzati, in pratica, per cucire la muratura attraverso due fori a distanza normalmente compresa tra i 100 e i 200 centimetri, richiudendo la singola fascetta ad anello mediante una macchina capace di imprimere una pretensione regolabile al nastro e dunque una precompressione nella muratura, sia trasversale che complanare alla parete trattata.
Il sistema comprende anche piastre in acciaio inox di dimensioni 125 per 125 millimetri circa, dotate di aperture a forma di imbuto, disposte all’imboccatura del foro. Le piastre svolgono una funzione di distribuzione delle forze di contatto del nastro e di assorbimento delle tensioni di trazione prodotte nella muratura intorno al foro. Il sistema è completato da angolari in acciaio inox, utilizzati per gli avvolgimenti dei nastri in corrispondenza delle aperture o delle zone terminali delle pareti (angoli, incroci a L e a T).
Il sistema di nastri in acciaio inox è estremamente flessibile e può essere posto in opera secondo maglie quadrate, rettangolari o triangolari, anche irregolari, così da realizzare un’imbracatura continua di tutta la parete, sia in orizzontale che in verticale.
L’applicazione antisismica si presta, in particolar modo, per il rafforzamento di strutture murarie lesionate dalle scosse sismiche e per la prevenzione dei crolli.
La prima applicazione è stata condotta per il recupero strutturale di un edificio a Sigillo, comune in provincia di Perugia, una delle zone che maggiormente hanno subito i danni causati dal terremoto del 1997.
Un’altra applicazione di adeguamento sismico è stata realizzata in un casale a Zagarolo, in provincia di Roma. Nella capitale, invece, il sistema è stato applicato a due cascinali per il consolidamento statico.
Maggiori dettagli in : http://www.tine.it/CAM/cam.htm

 

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July 13-15, 2004

AHRB session on textiles conservation - AHRB Research Centre for Textile Conservation and Textile Studies - First Annual Conference
Scientific Analysis of Ancient and Historic Textiles: Informing Preservation, Display and Interpretation
Textile Conservation Centre - Winchester Campus University of Southampton, UK

Chairs and Keynote Speakers:
Session 1 (pm Tuesday, July 13, 2004)
Chair: Jan Wouters
Informing Conservation I: Analysis of textiles
Identifying materials: Analytical methodology (Fenella France)
Defining deterioration: Degradation of cellulosics (Matija Strlic)
Session 2 (am Wednesday, July 14, 2004)
Chair: Graham Martin
Informing Conservation II: Learning from the past
Prioritising interventive treatments: Recognising textiles at most risk (David Howell)
Enabling the legacy: The development of a Web-accessible reference library of deteriorated fibers(Jane Merritt)
Session 3 (pm Wednesday, July, 14, 2004)
Chairs: Fenella France/Matija Strlic
Informing Display: Characterising and monitoring textiles
Physical properties: Accelerated Ageing of Fabric Supports (Christina Young)
Signatures of ageing: Correlations with behaviour (Paul Wyeth)
Session 4 (am Thursday, July 15, 2004)
Chairs: Jane Merritt/ Elizabeth Peacock
Enhancing Understanding: Annotating textile biographies
Hidden details: Textiles with tales (Dinah Eastop)
Molecular evidence: Archaeological textiles (Rob Janaway)

Further details including abstracts of the keynote talks and Chair and Speaker biographies are available at
http://www.soton.ac.uk/~contex
Paul Wyeth Textile Conservation Centre
University of Southampton Winchester Campus
Winchester SO23 8DL U.K

 

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The First MIP symposium (EU project EVK4-CT-2002-20010)
Capellades, Spain February 9, 2004

MIP is a European Thematic Network started in March 2003. The aim of the network is to disseminate results from research and application related transition Metals in Paper and also in other (ligno)cellulose based materials (for example iron gall ink
corrosion). The official members have formed four theme groups and will have regularly technical meetings and are now including a one-day symposium open for scientist, suppliers and end users.

This symposium will be in Spain, and is therefore recommended for interested persons in Spain, Portugal and other countries nearby.

The aims are
- To present selected work performed by member of the MIP thematic network
- To present selected problems in the field of conservation, research and preservation related to the aim of the MIP
thematic network
- To have a general discussion in order to define knowledge gaps and/or to answer your urgent questions related to the subject.

The one-day Symposium will be held at Museu Moli paperer de Capellades, Pau Casals, s/n 08786 Capellades.
The symposium language is English.
Short tentative programme
09:00-09:30 Registration
09:30-13:00 Morning session by MIP members and EU related
projects
13:00-14:00 Lunch break
14:00-17:00 Presentations by invited speakers/local speakers (*)
17:00-18:00 Forum and general discussion
18:00-19:00 Informal drink

Call for papers
There is a possibility for poster and/or oral presentation. Please do send the coordinator an abstract (maximum 200 words) if you want to present your work, to discuss your problems etc. related to the MIP thematic network. The deadline for the abstract is January 21, 2004. Depending on the amount of papers, a selection shall be made due to the limit of time. Send your paper to info@miponline.org
Specific presentation related to your question The MIP members are willing to include special presentations, related to the subject you want to hear. So please submit your question or suggestion as soon as possible to the coordinator via e-mail j.Havermans@bouw.tno.nl
Registration fee will be only euro 50 for attending this day. This includes a drink in the breaks and a lunch. Payments can be done at location (cash only!). Please note, that in case of no-show, your fee should be paid afterwards by e.g. bank transfer. Any additional costs for no-show are for the registrant.
Registration can be done via e-mail at info@miponline.org . Please include your name, affiliation, e-mail and phone number. Please use in the header "Registration MIP Spain".

More information about MIP can be found at http://www.miponline.org

 

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Bologne, Italy. Workshop on photographic conservation - Conservation and preservation of photographic collections

Programme for the week from March 9-11, 2004:
Mod.A.01 Identification of the photographic processes
Mod.A.02 Main causes of degradation and conservation needs
Mod.A.03 Handling, stabilization, and emergency treatments

Application for 3 consecutive courses: 130 x 3 = 390 Euros + VAT.
Application for only one course: 160 Euros + VAT per one.
Applications will be considered only when the payment will be
received. Application forms may be filed on site. Number of
participants: minimum 8 persons and maximum 14.
The price includes a complete documentation and folder concerning the courses followed.
Application forms: http://www.chez.com/cucinellabriant
Send application forms to
MCA Matteoti 21I-40129 Bologna, Italy +39 051 6313381 Fax: +39 051 6313381
giulia.cucinella@club-internet.fr

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Balaam conservation courses Barcelona
Conservation, Museum Studies, Materials and Techniques, Language Courses 2004


February 2004
Spanish/English for conservators Feb 16-20, 2004 30 hours 400 Euros
Spanish/English for curators and museologists 30 hours Feb 23-27, 2004 400 Euros

March 2004
Workshop on the identification and preservation photograph collections C. Waldthausen Mar 4-6, 2004 350 Euros
Workshop on fibre identification Mar 12-14, 2004 J. Barnett 400 Euros
April 2004
Workshop use tinted fillings restoration porcelain K. Van Lookeren Apr 22-24, 2004 350 Euros
June 2004
Spanish/English for curators June 21-25, 2004 30 hours 400Euros 
Jul 5-9, 2004 Spanish/English for art historians 30 hours 400Euros
Heritage biocare D. Allsopp Jul 13-17 350 Euros
August-September 2004
Chemistry for paper conservators D. Dorning Aug 3, 2004-7th 500 Euros
Workshop on the identification and preservation photograph collections C. Waldthausen Aug 17-27, 2004 10 days
1500 Euros
August 2004
Spanish/English for art historians Aug 31-Sep 3, 2004 30 hours 400Euros
September 2004
Spanish/English for curators September 13-17, 2004 30 hours 400Euros
October 2004
Workshop in Conservation of tiles and tile pictures K. Van Lookeren October 6-9, 2004 400 Euros
History and use of medieval pigments and inks Ch. Porter October 19-23, 2004 500 Euros
November, 2004
Documentation of textile objects J. Barnett November 12-13, 2004 300 Euros
Workshop--where most of the courses take place: c.reina amalia 36 Old Town Barcelona 08001

Further information: Balaam Mireia Xarrii c.escoles pies 76 pral 1 Barcelona 08017 +34 93 4171347 Fax: +34 93 2123715
http://www.balaam-art.com  info@balaam

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La conservazione delle superfici nei beni culturali: degrado, materiali e tecniche

Direttori del corso:

Prof. Amedeo Bellini (Ordinario in Teoria del Restauro)

Prof. Giuseppe Zerbi (Ordinario in Scienza dei Materiali)

Destinatari del corso:

Laureati in Architettura, Biologia, Chimica, Fisica, Geologia, Ingegneria, Scienze Naturali, Tutela dei Beni Culturali (Facoltà di Architettura e Lettere) e operatori nel settore del restauro.

Quota di iscrizione: € 1000 - € 250 per iscritti a dottorati e scuole di specializzazione

da versare sul c.c. bancario n.° 1710X82 presso la Banca Popolare di Sondrio, Agenzia 21, Via Bonardi 4, Milano. ABI 05696; CAB 01620; CIN T, specificando il titolo del corso.

Riferimento amministrativo:

Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica "G.Natta"

Politecnico di Milano Piazza Leonardo da Vinci 32, 20133, Milano

Modalità di svolgimento:

Il corso si svolgerà presso il Politecnico di Milano, Campus Leonardo, Piazza Leonardo da Vinci 32, Milano (stazione Piola della linea Metropolitana 2) tutti i Venerdi dalle ore 14.00 alle ore 18.00.

Le lezioni (60 ore) avranno inizio il giorno 13 Febbraio 2004 e termineranno il giorno 18 Giugno 2004.

Al termine del corso sarà rilasciata dai Direttori una dichiarazione di frequenza.

Info: http://www.chem.polimi.it/formazione/beniculturali

Arch. Erica Mannucci  Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica "G.Natta"

Politecnico di Milano Piazza Leonardo da Vinci 32, 20133, Milano Tel. 02/23993230 Fax. 02/23993231

E-mail: erica.mannucci@polimi.it

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La Carta di Parma è un documento strategico approvato dal Gruppo dei Rappresentanti Nazionali (NRG) delle Autorità nazionali preposte alla cultura nei Paesi dell'Unione Europea (ministri della cultura, sovrintendenti, professori). L’organizzazione di supporto che ha permesso la stesura della Carta e tutte le iniziative per favorire l’accessibilità e la qualità dei contenuti culturali digitalizzati è Minerva Europe, una rete creata tra i Ministeri degli Stati Membri dell’Unione Europea per correlare e armonizzare le decisioni relative alla digitalizzazione dei contenuti scientifici e culturali, in modo da creare una piattaforma europea, che tracci le linee guida comuni per ottimizzare questo processo.
La Carta di Parma è stata presentata nel corso della conferenza tenutasi a Parma il 19 novembre durante il congresso europeo di Minerva.
I principi cui è ispirata la Carta sono l’importanza delle nuove tecnologie accompagnata dall’attenzione per la conservazione e il rispetto per la vasta ricchezza che il patrimonio culturale e scientifico europeo richiede.
Un punto importante di questo processo è indubbiamente il riconoscimento dell’importanza che la contaminazione tra arte e tecnologia può avere, e la conseguente preoccupazione per una forma di tutela che, partendo dal rispetto del diritto d’autore, faccia diventare la tecnologia e in particolare le telecomunicazioni una risorsa per l’archiviazione e per la fruizione del patrimonio scientifico e culturale.
Il passaggio successivo, di cui Minerva è un esempio efficiente, è la creazione di vere reti europee per determinare una standardizzazione, che si dimostra fondamentale per comunicare efficacemente dei beni che si presentano per la prima volta in una quarta dimensione mai provata, quella digitale appunto. La creazione di modelli e di regole per la condivisione e lo scambio dei contenuti sembra un esempio importante di quello che l’Europa può realizzare.
Non ultimo il rispetto per l’utente, il destinatario di tutto il processo di digitalizzazione dei contenuti, con lo studio di modelli per ottenere una accessibilità rivolta ad una popolazione più ampia possibile, diversa per età, cultura e condizioni fisiche.
Il messaggio della Conferenza di Parma è di un, seppur piccolo, tentativo di creare un’Europa di cultura e di persone, la speranza è che la Carta non resti un documento senza effettiva realizzazione, una cattedrale nel deserto della cultura e della comunicazione.
Per maggiori dettagli:

http://www.minervaeurope.org/structure/nrg/documents/charterparma031119final-i.htm

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