pareri


Fatti di famiglia - La coscienza di Carla
di Rossella Puccio (Giornalista e critico letterario)

Carla giovane pianista con crisi di panico, Livia madre-matrigna intorpidita negli affetti verso la figlia che rinnega e sembra odiare; due figure contrapposte attorno cui girano gli altri caratteristi: il padre soggiogato dall'amore per la moglie, il fratello di Carla, Dario, che la madre ama con la stessa abnegazione con cui disdegna la figlia e il dottor Centi che incarna l'intento parapsicologico della narrazione tesa a dispiegare le nevrosi e le rimozioni che hanno fatto della giovane Carla vittima materna e carnefice di se stessa.
Lo scenario policentrico si slabbra dai paesaggi urbani e quotidiani di Roma a quelli affettivi e trascorsi della casa padronale siciliana. Una famiglia dell'alta borghesia, in cui ventilano segreti e bugie, intrecci criminosi che trascinatisi sornioni, impereranno nell'epilogo della storia. Il riesumare ricordi è la chiave di lettura di questa scrittura saggiata in un tempo non databile ricco di flashback attraverso cui la protagonista, ripercorrendo esperienze vissute riesce a muoversi oltre quello stato di donna spezzata, divorziata non solo dal marito ma, dalla famiglia, dagli affetti, dalla passione per la musica e da un'affettività normale.
Il libro " Fatti di famiglia” è in bilico tra il lessico familiare de "La vita interiore" di Alberto Moravia e i temi psicanalitici del romanzo di Brian Weiss "Molte vite un solo amore", e sottolinea la forza ascritta nell'amore come lenimento capace di guarire l'afflizione della mente e dell'anima. La prosa di Silvana Lari, benché scarica di artifici letterari, riesce a ben dosare il linguaggio parlato e “chattarolo” a quello più tecnico delle sedute psicanalitiche, inframmezzandolo con piacevoli tratti descrittivi e sfumature noir.
Le profusioni oniriche conducono tutta la narrazione e divengono storia nel travasamento psicanalitico all'interno della stanza del setting. La voce del dottor Centi guida Carla verso la rincorsa all'uomo nero che infesta il suo inconscio e in quella caccia alle streghe, incarnate simbolicamente di volta in volta nella figura del fratello, in quella della madre o di una mano, di un respiro, di un gioco antico usurpatori di infanzia e privi di un volto.
Avvincente sin dalle prime pagine è l'avverbiare che tributa il libro d'esordio di Silvana Lari, cinquantenne trapanese, già nota all'ambiente artistico e culturale palermitano (è stata direttrice della galleria d'arte moderna Agorà). La fotografia familiare, la quotidianità avvizzita e avvilita, la paura della pazzia, l'incestuosa interiorità della protagonista nell'antonimia madre-matrigna, sono palpabili come istantanee scattate dalla penna e fissate nell'inchiostro.
Il libro sembra poter essere lo speaker corner dell'autrice, un angolo appartato, forse, nella sua biografia, in cui saggiare il senso di rivolta che serpeggia tra le pagine del romanzo, capace di dissacrare i fantasmi della propria esistenza, per poi gettare uno sguardo affranto ma non demorso sulle circostanziali regole della società, delle sue affezioni e dei suoi rimandi. Nel discernimento di questa emotività mutila e orfana, in terza persona, forse la Lari romanza di sé.


SILVIO ULIVELLI
(Scrittore e critico letterario)

In un articolo apparso qualche anno fa Susan Sontag scriveva: «Esiste forse privilegio più grande di avere una coscienza estesa, riempita dalla letteratura e ad essa orientata? Un libro pieno di saggezza, che sappia far giocare la mente, che dilati la capacità di comprendere e partecipare, che registri fedelmente un mondo reale (non solo l’agitazione di una mente singola), al servizio della storia, che difenda emozioni contrarie e ardite... un romanzo che si reputa necessario dovrebbe essere gran parte di queste cose». Quest’elogio dell’impersonalità in letteratura, e nel genere romanzesco in particolare, ha qui lo scopo di ricordare, a mo’ di introduzione di queste brevi note, quanto sia critica la posizione di ogni autobiografismo che non rinunci in partenza alla sua patente di nobiltà letteraria, e ciò anche considerando i grandi capolavori troppo noti perché occorra ricordarli. Nel libro che il lettore ha tra le mani convivono indissolubili un nucleo tematico ossessivamente soggettivo, sul limite dell’egotismo, e una coraggiosa intraprendenza autoanalitica, e segnatamente di specie psicanalitica, che nel suo significato di sofferto tentativo di comprensione e interpretazione della realtà non è in tutto indegna di quell’alta concezione, anche in senso etico, della letteratura celebrata nelle parole sopra citate della scrittrice americana. La strada che porta uno scrittore a perdere se stesso in altre identità può essere molto tortuosa: le modulazioni dell’esperienza e della sensibilità possono frapporre ostacoli giganteschi lungo il cammino, ostacoli a volte impossibili da aggirare e che costituiscono semmai una soglia da attraversare obbligatoriamente, a forza di disciplina autoanalitica. Ebbene, il romanzo d’esordio di Silvana Lari mi sembra che possa e debba considerarsi anzitutto come una necessaria resa dei conti con la propria storia individuale, preliminare alla conquista del privilegio, e della responsabilità, di una «coscienza estesa» nella dimensione letteraria.
Puntuale indagine di un personale dramma psicologico maturato in un ambiente familiare di agiata borghesia siciliana, Madre matrigna poggia su un impianto strutturale decisamente composito: attorno a un asse portante, ben coeso, di elementi autobiografici tenuemente schermati dall’uso della terza persona e dalle finzioni onomastiche, si sviluppa una vicenda d’invenzione che vede la protagonista Carla, musicista e donna in crisi, coinvolta in un’avventura sentimentale nata in chat-line e in una minacciosa trama noir in cui si intrecciano moventi omicidiari personali e interessi mafiosi. L’andamento della storia assume nella seconda parte toni sempre più romanzeschi, in un susseguirsi di agnizioni e colpi di scena. Una combinazione così varia di motivi e questi barlumi di verve rocambolesca vanno ascritti certo a precisi dettami retorici, ma va rilevato anche come il ricorso al fantastico e all’artificio romanzesco corrisponda sul piano del discorso, a quell’attitudine soggettiva o lirica della giovane protagonista che è pure il tema fondamentale della storia. Un sintomo di lirismo còlto a un livello tanto profondo sottolinea la forza e l’intensità del ripiegamento soggettivo descritto nell’eroina, vittima di una nevrosi di estrema complessità sviluppatasi attorno alla mancata realizzazione affettiva nel rapporto con la figura materna, ma più ancora di una esasperata sensibilità che, nella sua esplosiva polarità fra pulsioni distruttive e slancio vitale, si proietta come una latente insidia sul progetto di riscatto esistenziale tracciato con la terapia psicanalitica e il rapporto affettivo con un uomo, nato nella dimensione virtuale dello scambio telematico e poi pienamente vissuto. Il rischio mortale che incombe su Carla per una macchinazione delittuosa è in sostanza figura di questa insidia, immanente alla sua condizione di particolare fragilità e indicativa di un ordine, nella realtà dei rapporti umani, sentito come inesorabile, o almeno ostile, nei confronti di ogni debolezza: la sua viscerale, privata rivolta morale è quindi per Carla, e per la narratrice, via di una concezione essenzialmente negativa del destino umano, alla quale, in quanto allusivo a valori mitico-simbolici, rimanda in filigrana il titolo del romanzo.
L’indagine psicanalitica sul passato e sul rimosso di Carla, descritta nelle terse, convincenti pagine dedicate alle sedute nel setting con il dottor Centi, si conclude con la guarigione e la conquista di una piena coscienza dei traumi e dei conflitti familiari che avevano segnato la sua personalità. Lo scavo doloroso nelle regioni più nascoste dell’inconscio e della memoria infantile – si pensi in proposito alle celebri parole di Dorothy Parker sullo scrivere della propria infanzia: «Se io scrivessi della mia non ti vorresti sedere nella stessa stanza con me» – è quindi strumento, e nello stesso tempo attestazione, del raggiungimento di una lucida intelligenza critica dei dati dell’esperienza, temprata nell’elaborazione dell’incandescente magma emotivo personale, capace di universalizzarne i significati. Lirismo e acuta analisi della realtà convivono nel libro e nella stessa protagonista in un caratteristico equilibrio, in apparenza insolubilmente contraddittorio, che induce nel lettore la sensazione di un policentrismo strutturale, tematico e stilistico quasi barocco, come avrebbe chi si aggirasse in un edificio di molto eclettica e quindi un po’ indefinibile concezione architettonica.
Forse ci sono libri sulla propria infanzia che i loro autori non possono fare a meno di scrivere, perché per abitare altre identità occorre prima, a volte, affidarsi alla letteratura per esorcizzare con essa la propria e cominciare a smarrirvela, per quanto possibile; e vi sono sensibilità per le quali l’esperienza personale può presentarsi con l’assoluta persuasività di una rivelazione, alla quale sarebbe vano e forse inconcepibile negarsi. Ma nel libro di Silvana Lari, tributario certamente di entrambe queste intime necessità espressive, si colgono anche tracce di quell’alto concetto della scrittura ricordato all’inizio; e ciò non solo perché, come detto, vi si registra molto più che «l’agitazione di una mente singola» e per le qualità “tecnicamente” rimarchevoli che vi si possono osservare. Nella stessa coscienza tormentata che la storia di Carla ci rivela si manifestano i segni di quella ricerca del superamento di sé, dell’inganno dei propri limiti in cui consiste in definitiva la ragione ultima della letteratura e la sua necessità.


| ©2015 Silvana Lari