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Forum Restauro e Conservazione    RESTAURO ARCHITETTONICO    Architettura  ›  La patina o il degrado? Moderatori: admin
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La patina o il degrado?  (attualmente 5,261 viste) Print
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Edgardo Pinto Guerra
Marzo 14, 2006, 6:31pm Report to Moderator
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Cornuto dilemma culturale di scelta strategica nell'affrontare un restauro di lapidei.
Sto vivendo il caso concreto di un bellissimo portale 500tesco in arenaria esposto al mare che i sali stanno facendo cadere gradualmente a pezzi.
Il bel grigio chiaro venato originale è degradato negli anni uno strano beige/marrone  striato di scuro (anche a causa di ossido di ferro nell'aria).
L'estrazione sperimentale dei sali ha dato risultati ottimi: la pietra trattata è ora sana, solida e compatta e . . . . tornata al suo grigio (che si può ancora vedere in certe parti al riparo dagli elementi).
Ma ci sono perplessità. La "patina" marrone di licheni, batteri, sali e sporco è per forza sparita. Premesso che se non si estraggono i sali il degrado continuerà e fra pochi anni lo smangiamento sarà tragico, è giusto recuperare il colore originale o applicargli sopra una scialbatura di calce con terre colorate?
Grazie per questo e altri casi simili.



Edgardo Pinto Guerra. http://www.consultingepg.com
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Marzo 14, 2006, 8:14pm Report to Moderator
Architetto
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Ed,
questo è un problema che si presenta puntualmente ogni volta che si decide di operare con la pulitura.
La più ovvia strategia di difesa obbliga ad intervenire in tutti quei casi in cui il degrado risulta progressivo ed irreversibile.
Nel contempo le superfici, una volta pulite (anche con il sistema più innocuo), si presentano in condizioni estetiche pessime.
In molti casi il colore originale è scomparso insieme alla patina naturale (strato d'ossidazione del litotipo).
La scialbatura risulta spesso la via più seguita.
Ma occorre saperla calibrare ....


Sergio Tinè
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Edgardo Pinto Guerra
Marzo 15, 2006, 8:54am Report to Moderator
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Grazie, contavo su di te. Vorrei approfondire il discorso e sottoporlo al forum con tutta umiltà essendo io solo un tecnico.
Nel caso specifico la superficie sanata non si presenta esteticamente pessima, anzi, forse *troppo bella*, come nuova. E si può immaginare come fosse l'intero portale quando costruito, ben diverso da ora. Effetto Cappella Sistina.
Ora, mi sembra tu intenda per *originale* il colore della pietra come era prima del risanamento.
Per me no: è il colore del degrado avanzato. La patina di ossidazione del litotipo si forma, e nel nostro caso si riformerebbe, dopo un anno.
Per cui, personalmente riterrei corretto lasciare la pietra "nuova" invecchiare un anno per riavere la "vera" patina. La scialbatura sarebbe una via di mezzo per il colore "subito". Che dicono le teorie del restauro?



Edgardo Pinto Guerra. http://www.consultingepg.com
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Alessandro Nicola
Maggio 3, 2006, 5:38pm Report to Moderator
Architetto e Restauratore
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il nostro retaggio romantico (non inteso ovviamente nell'accezione di sentimentale) ci porta necessariamente ad essere tutti un po' Ruskinisti e vedere nel degrado superfiiale di un monumento qualcosa di necessariamente bello... per certi versi anche io condivido questa mentalità (cosi come Croce affermava che non possiamo non essere cristiani inquanto cresciuti in una civiltà che ha imposto valori sociali e morali tipici della cultura cristiana altrettanto non possiamo non dirci romantici) a patto che la conservazione del bene sia messa davanti a tutto.
innanzi tutto dobbiamo infatti separare i concetto di patina dal concetto di sporco, due realtà completamente diverse, in secondo luogo dobbiamo capire se la nostra patina ha o meno un qualche senso di esistere: una patina biologica, come potrebbe essere un manto di licheni, su un affesco certamente non aiuta la conservazione ne la lettura dello stesso, mentre invece una patina d'uso o rituale ha ben altro interesse;
tornando al nostro tema direi che quello che fino a qualche tempo fa si chiamavano velature (sulla pietra o su altri materiali) nel tempo si sono trasformate in macchie disomogenee abbastanza fuorvianti per la lettura del monumento.
io sono daccordo con Edgardo. e a dire la verità, nonostante io insegni storia e filosofia del restauro in una scuola regionale a Torino, non credo che Brandi si sia mai posto un problema simile.


Arch. Alessandro NICOLA

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gitantil
Maggio 17, 2006, 6:57pm Report to Moderator
architetto
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Io non applicherei nessuna scialbatura, aspetterei che il tempo imperterrito riplasmi con la sua azione il materiale lapideo; il tempo non può purtroppo essere imitato in alcun modo e poi  è lecito farlo?


Arch. Giuseppe Tantillo
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Architer
Maggio 21, 2006, 8:03pm Report to Moderator
Architetto-Dottore di ricerca in Conservazione
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Edgrado, come si fa a dire? Ti faccio un esempio, molti edifici qua a palermo hanno elementi in un calcare dolomitico molto scuro, che a contatto con l'aria diventa praticamente quasi bianco, o grigio chiaro.
Che si fa? gli si dà una patinatura per restituirgli la cromia originale? o si lascia lo stato attuale? che sì tradirebbe l'idea formale originale, ma é prodotto della storia?
Recupero dell'idea originale o mantenimento del passaggio della storia?
Sono ambedue tradimento, l'uno estetico-figurativo, l'altro storico.
Che dirti?
Scelta complicata.
Personalmente, manterrei lo stato attuale e magari elaborerei una documentazione del possibile precedente.
Si manterebbe l'idea estetica alla base del progetto, senza forzare la storia e la materia a tornare nuova.


Teresa Campisi
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Edgardo Pinto Guerra
Dicembre 6, 2006, 4:38pm Report to Moderator
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Grazie a tutti -
Chiacchiera con Teresa in particolare: Sei proprio una inguaribile Ruskinista  -
Per me il dolomitico che schiarisce è patina - e quindi sacra - mentre mi suona strana la tua idea di scialbare per recuperare la *cromia originale della idea formale originale*  
Se c'è uno che non ha dubbi sul ripristinare l'originale di cui si è certi, sono io MA siamo certi che l'idea fosse il colore scuro? Possibile che non sapessero che schiarirebbe? e . . . in quanto tempo?
Da me, mantenere lo stato attuale vorrebbe dire perdere un quintale o due l'anno di materiale e poi, quale storia si forzerebbe? quella delle acciaierie e delle bombe, ma allora perchè ricostruire Noto?



Edgardo Pinto Guerra. http://www.consultingepg.com
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cecilia
Dicembre 8, 2006, 11:53am Report to Moderator
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Cito da Alessandro Nicola: "direi che quello che fino a qualche tempo fa si chiamavano velature (sulla pietra o su altri materiali) nel tempo si sono trasformate in macchie disomogenee abbastanza fuorvianti per la lettura del monumento. (cut) nonostante io insegni storia e filosofia del restauro in una scuola regionale a Torino, non credo che Brandi si sia mai posto un problema simile."

Credo di non aver capito. Se insegni storia del restauro sai bene che Brandi si è posto eccome il problema della pulitura e delle patine, che negli anni '50 ha innestato una dura polemica con i conservatori inglesi. Indubbiamente si parlava di patine di dipinti, ma gli assunti teorici e metodologici di Brandi possono essere assunti in generale quando parla della "prepotente iattanza della materia nuova" che si cerca di attutire.
E allora cosa intendevi dire?
E perchè sostieni che le patine si sono trasformate in macchie disomogenee? Questo dipende da come sono fatte e da chi le va a realizzare...
In merito all'argomento specifico, ricordo (provocatoriamente) l'art. 7 della carta del restauro del '72, figlia di Brandi: le puliture "non dovranno arrivare alla nuda superficie della materia di cui constano le opere stesse".
Che mi dite? (sensa lapidarmi, pelase...)  


Cecilia Sodano -  Moderatrice sezioni Lavori Pubblici, Museografia
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Architer
Dicembre 12, 2006, 7:46pm Report to Moderator
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Replico ad Alessandro, mai parlato di dare una scialbatura su un calcare dolomitico, non so dove tu l'abbia letto.
Dicevo, lasciamo lo stato della materia così com'é, ma si documenti, con ricotruzioni cirtuali o di disegno (il mezzo é ovviamente libero), quale era l'idea cromatica originaria.
Perché é' vero che nel passaggio fra la decisione della conservazione dello stato di antichità, si perdaono dati, anche culturali, sul progetto avvenuto nella storia e sulle idee compositive della storia. La mia tesi era, di riprodurle in maniera virtuale, non reale, lasciando alla storia il suo spazio fisico reale, e traslando le idee a livello di ricostruzione storica a latere, non da eseguirsi sul manufatto, ma quale storiografia, ossia letteratura della storia.
Concordo poi con Cecilia, a volte le velature, ma non su viraggi cromatici di questo tipo, che sarebbe meglio chiamare, non tanto patine, ma alterazioni cromatiche o degradazioni differenziali (poiché non sono solo uno stato di ottundimento della materia, ma proprio un cambiamento fisico-chimico di certe proprietà dei materiali), vanno benissimo, per omogeneizzare soprattutto integrazioni di intonaci, in cui si mantiene l'originale e ci son parti a completamento di questo, non più esistente.
Come andrebbero anche bene, per porzioni, diversamente interessate da degradi su superfici lapidee murarie continue, spesso in materiale poroso, e quindi molto variamente degradabile rispetto ad un materiale lapideo meno alterabile in termini di differenza dei degradi.
Riprendendo anche l'intervento de nuovo iscritto, Giuseppe Tantillo, é lecito farlo? Direi, che ci si deve sempre porre in maniera problematica e mai assoluta, interrogandosi di volta in volta sui significati e lo stato dell'opera, pur nel riferimento a certi principi , li chiamerei, di coscienza etica, verso l'oggetto.
Ho fatto più confusione, che altro, capisco.


Teresa Campisi
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Alessandro Nicola
Dicembre 13, 2006, 10:34pm Report to Moderator
Architetto e Restauratore
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scusatemi forse mi sono espresso male...

precisazione 1 - non intendevo che le patine si trsformano in macchie disomogenee ma le velature, soprattutto su oggnetti/opere esposte all'esterno

precisazione 2 - non intendevo dire che brandi non si sia maai posto il problema delle patine ma che al suo tempo le emergenze erano tali che prima di pensare al restauro di un portale all'esterno si sarebbe preoccupato degli uffizi che cadevano a pezzi

precisazione 3 - da dove salta fuori la scialbatura sulla pietra? veramente non ne ho parlato neanche io

io infatti mi sono schierato con edgardo che diceva:"riterrei corretto lasciare la pietra "nuova" invecchiare un anno per riavere la "vera" patina"


Arch. Alessandro NICOLA

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Architer
Dicembre 19, 2006, 5:19pm Report to Moderator
Architetto-Dottore di ricerca in Conservazione
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Alessandro, concettualmente, per me le velature avrebbero senso se stese, che so, su una superficie di intonaco, da reintegrare salvaguardando in situ quella sussistente (le ovvie differenze si notano, sia proprio per lo stato di novità dell materia introdotta, pur calibrandola con toni simili a quella esistente, e pur dovendo tenere in conto, in assenza di velatura, il modo diverso di 'invecchiare' di due materie che seppur simili hanno a volte secoli di distanza).
Concettualmente, lo stesso farei su una muratura continua, o di un portale, come il caso citato da Edgardo, a meno che questa non subisca, per la sua composizione chimica, una alterazione naturale del materiale esposto all'aria (come il calcare dolomitico nostro di cui dicevo, o anche i marmi rossi in esterno che diventano rosati, ed il cui stato, per me, più che essere patina, é un'alterazione cromatica, o differenziale della materia, ossia non un'invecchiamento dipendente dal tempo su tutta la materia, ma una diversa vulnerabilità chimico-fisica che alcuni materiali hanno rispetto al complesso dei materiali naturalmente invecchiantisi).
Rispondendo di nuovo ad Edgardo, e riprendendo Cecilia, la patina biologica o lo sporco non sono patina, sono fattori di alterazione, punto. La patina, brandianamente intesa, ma credo comprensibile a chiunque, é l'alterazione della materia dovuta al passaggio nel tempo (una superficie di intonaco una volta giallissima, forse ora é giallo chiaro) é solo come diceva 'Brandi l'ottundimento della novità della materia' che meglio ci fa percepire la forma e la sostanza della storia.
In sintesi é come una camicia a cui sei molto affezionato, che si é stinta attraverso i lavaggi, ma che proprio, in questo suo estinguersi del suo stato di novità, si carica di altri significati.


Teresa Campisi
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