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Un popolo di restauratori qualificati alla…disocc  (attualmente 1,441 viste) Print
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Maggio 11, 2010, 1:28pm Report to Moderator
Utente anziano
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Arte & Dintorni: Un popolo di restauratori qualificati alla…disoccupazione
venerdì 07 maggio 2010
Intervista a Fabiano Ferrucci

di MARCELLO MOTTOLA

Continuano a rimanere accesi i riflettori sulla situazione caotica del settore del restauro. Il problema che tocca più da vicino gli operatori è quello della qualifica dei restauratori, che un decreto del 30 marzo 2009 ha tentato di "normare", cosa mai azzardata prima, istituendo un concorso finalizzato alla creazione di un elenco ufficiale.
A distanza di un anno la situazione è però precipitata nella totale incertezza ed il termine di scadenza per la presentazione delle domande è stato prorogato ancora una volta. infatti dall'originario 31 dicembre 2009, passando per 30 aprile 2010, si è approdati alla data 30 giugno 2010. Le associazioni professionali e di categoria sono scese in campo e tra ricorsi, interpellanze ed interrogazioni parlamentari stanno mirando a modificare il decreto, la cui attuazione sembra sempre più dubbia. A Fabiano Ferrucci, restauratore e docente di restauro presso l'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo'", poniamo alcune domande in merito.

Quali sono oggi le maggiori preoccupazioni dei restauratori?

I problemi di cui maggiormente si dibatte sono quelli della formazione e della qualificazione professionale, ma temo che ce ne sia un terzo che sta diventando talmente preoccupante da adombrare i primi due. Ed è il lavoro. Mi spiego meglio: il settore nell'ultimo decennio si è saturato ed il lavoro, qualifica o non qualifica, non c'è.

Per colpa della crisi economica?

Non bisogna dare tutta la colpa alla crisi. I soldi pubblici continuano a venir spesi (anche se i beni culturali ed il restauro non sono certo le priorità di questo governo), ma i restauratori hanno scarse possibilità di lavorare. Questo avviene poiché il Ministero dei Beni Culturali è stato totalmente depotenziato e non vengono più assunti restauratori da almeno un decennio, mentre gli appalti pubblici riguardano prevalentemente interventi numericamente ridotti, che investono interi complessi architettonici e che vengono affidati "chiavi in mano" a grosse imprese edili.

Le imprese edili tolgono quindi il lavoro ai restauratori professionisti?

Nell'ultimo decennio abbiamo assistito alla progressiva consegna del patrimonio storico artistico, che l'Italia vanta, "nelle mani" delle ditte edili, mentre le ditte specializzate esclusivamente nel restauro e costituite da restauratori sono in via di estinzione.

Ma i lavori specialistici di restauro non dovrebbero essere affidati a ditte specializzate, separandoli dai lavori su strutture ed impianti?

Per legge dovrebbe essere così, ma è tutto rimesso al giudizio di chi redige il bando di gara, che generalmente preferisce l'affidamento congiunto, più semplice da gestire poiché si ha un unico referente.
Così recita la legge: "I lavori concernenti beni mobili e superfici decorate di beni architettonici, sottoposti alle disposizioni di tutela dei beni culturali non sono affidati congiuntamente a lavori afferenti ad altre categorie di opere generali e speciali, salvo che motivate ed eccezionali esigenze di coordinamento dei lavori, accertate dal responsabile del procedimento, non rendano necessario l'affidamento congiunto " (Decreto legislativo 12 aprile 2006 n. 163 articolo 200). Quindi, nella maggior parte dei casi, viene partorito "l'appaltone" ed il restauro dei dipinti o delle sculture contenute nell'edificio storico da restaurare finisce insieme alla realizzazione di tetti, tramezzi, solai, impianti elettrici, termici e sanitari.
Le opere d'arte diventano quindi l'appendice di un grande appalto, che viene affidato ad un'impresa edile. I restauratori, se riescono a lavorare, lo fanno in coda ad una catena di subappaltatori, a prezzi miserabili e senza più nessuna garanzia sulla qualità del lavoro.

Quindi il problema è legislativo?

Esatto, oggi i restauri non sono più svolti dai restauratori, ma dagli edili grazie a leggi compiacenti.
Siamo tornati a meccanismi di affidamento discrezionale ed a regimi derogatori. Rispetto solo a qualche anno fa è mutato il modo di gestire i fondi. Il depotenziamento degli organi ministeriali è andato di pari passo con l'istituzione di commissari straordinari di nomina politica, che possono affidare consulenze, incarichi e appalti. L'adozione, ormai prevalente, del metodo di affidamento tramite "offerta economicamente più vantaggiosa" (ovvero le gare a punti) ha segnato il trionfo del criterio più discrezionale che si possa immaginare.
Per capire come siamo precipitati in basso bisogna risalire al 1994 quando, sull'onda della reazione a Tangentopoli, fu emanata la Legge Quadro sui lavori pubblici, detta legge Merloni, ispirata ai principi di trasparenza e correttezza delle procedure: la trattativa privata e l'appalto concorso vennero ammessi soltanto in casi eccezionali e fu istituita un'autorità di vigilanza.

Ma negli ultimi anni la legge è stata stravolta e si è tornati a meccanismi di affidamento discrezionale, che fanno comodo al sistema di collusione che si sta sempre più rinsaldando tra politici corrotti ed imprenditoria malata.
In ultima analisi si tratta quindi di un indirizzo politico?

Il problema è generale, non riguarda solo il restauro, ma investe il rapporto tra politica ed imprenditoria. Pochi giorni fa anche il presidente di Confindustria,  Emma Marcegaglia, ha dovuto scendere in campo e mettere per iscritto la protesta ufficiale di Federturismo, di Confcultura e di Confindustria Servizi contro "gli appalti senza gara transitati dal governo", in particolare nel settore dei Beni Culturali e ha "scoperto i danni che le varie cricche degli appalti in deroga stanno producendo alle imprese serie" (Affari e Finanza, 3 maggio 2010, pagina 11).

Tornando quindi al problema del lavoro nel settore del restauro come è possibile affidare lavori di restauro ad imprese senza restauratori?

Il trucco sta nel non citare la categoria OS2 nel bando di gara. Mi spiego meglio.
Si tratta del problema della corretta attribuzione dei lavori di restauro alla categoria OS2, quella posseduta da imprese qualificate, con Direttore Tecnico e personale costituito da restauratori e collaboratori restauratori.
Le facciate delle chiese e dei monumenti con tutti i loro rilievi in pietra, le fontane storiche e persino le aree archeologiche vengono oramai sempre più metodicamente affidate a ditte che non sono qualificate nella categoria specialistica OS2, ma al contrario nella categoria generale OG2 (che non prevede nelle imprese la presenza in organico del restauratore con la sua responsabilità specifica, ma unicamente di operai).
Solo nell'ultimo mese ci sono stati tre casi segnalati, riguardanti interventi di restauro, in cui i restauratori sono stati esclusi dalle procedure di affidamento: la fontana delle 99 cannelle a L'Aquila (sponsorizzata dal FAI), il teatro romano diTeramo ed il Tempio di Antonio e Faustina al Foro Romano. Si tratta di lavori per i quali sono state chiamate a partecipare solo le imprese edili, escludendo totalmente le imprese di restauro specialistico, nonostante la presenza significativa di operazioni di competenza del restauratore.
Tornando quindi al decreto di qualificazione dei restauratori, a chi servirà una qualifica che non darà lavoro?
E' proprio questa la domanda più seria che oggi si deve porre chi opera con passione nel settore ed ambisce legittimamente ad entrare nell'elenco dei restauratori.
Probabilmente fa comodo che restauratori ed aspiranti restauratori continuino a logorarsi in una guerra fratricida che porterà, forse fra anni, all'istituzione di un elenco, pur non garantendo lavoro a nessuno, mentre gli imprenditori edili, che il problema della qualifica e della formazione non se lo sono mai posto, detengano ormai saldamente nelle loro mani il controllo del mercato dei restauri.

(fonte Nuova Agenzia Radicale)


Marcello
Mottola
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